Minimàlia

Minimàlia

  1. A very very little song
  2. Mery
  3. Mh
  4. La ballata del padre di famiglia
  5. A totally naked rock song
  6. I fati

(con tutto il rispetto, s’intenda, per ciabattini e artigiani d’ogni più umile sorta, che si sa che l’arte, la parola almeno ma certo non solo, viene poi da lì, dal cimentarsi a fare, costruire… l’abilità, il mestiere, arrivano dopo, se arrivano, ma intanto si mette mano al lavoro)

Sarebbe come a dire raschiare il fondo del barile… che poi no, non è così, perché ciò presupporrebbe che almeno un barile, benché ormai vuoto, lo si possieda ancora e che quindi un tempo potesse essere stato pieno e grondante vino o altre sostanze, qualsivoglia, pregevoli; e invece meglio si deve forse dire grattare la roccia con le unghie non disponendo di altri mezzi. Non quindi un deliberato e nobile lavoro di sottrazione del superfluo o di recupero dell’essenzialità, né, appunto, un rivangare terreni ormai esausti dai quali però pure una qualche sostanza si era ottenuta, ma una invincibile e data condizione di penuria, ristrettezze, inopia, e a prescindere – non comunque certo escludendola – da una carenza semplicemente economica, ma povertà e mancanza piuttosto di elementi atti alla costruzione di qualcosa, eccetto l’anelito, il desiderio, la esigenza, o fosse pure la presunzione, di voler dire, fare ed essere in qualche modo.

E brancolare così, quasi spudoratamente, come il cieco che cerchi la via incespicando, e, si spera almeno però, meritevoli di un perdono, di una qualche forma di tolleranza, di clemenza, come le si può concedere al cieco, appunto, incespicante perché per necessità visionario.

Ne sutor ultra crepidam … mi pare dicessero gli antichi, o così ho letto almeno da qualche parte, ma chi il mestiere suo non ce l’ha o non gli piace, non gli basta…? Calzolai di tutto il mondo uniamoci! e pretendiamo di poter invece alzarlo lo sguardo oltre le suole e navighiamo, umili ma fieri delle nostre povere e improvvisate zattere, tra natanti mirabili ed enormi ma ormai quasi dimentichi delle vere asperità del navigare: capaci tutti ad affrontare il mare su transatlantici e incrociatori: il marinaio si vede piuttosto nel tenere il mare su due legni alla bell’e meglio assemblati. 

  1. A very very little song

Direi trattarsi sostanzialmente di una canzone d’amore. Se l’amore è il sentimento di mancanza, di incompletezza che ci spinge alla ricerca di qualcosa che quel vuoto possa colmare.

Ma i veri guai cominciano poi quando con qualcosa quel vuoto si prova a colmarlo davvero per sperimentarne invece la realtà della voragine insaziabile che credevamo una piccola buca, per quanto insidiosa.

D’altra parte la relazione amorosa è forse l’unica possibilità che abbiamo per dare almeno un poco a qualcun altro la colpa delle insoddisfazioni che invece tutta nostra, quasi sempre, è.

E così i coniugi di lungo corso si guardano meravigliati di essere lì, inebetiti, uno di fronte all’altro (con l’occhio velato di monogamica malinconia, diceva il poeta) e si chiedono perché? come è stato possibile? e invece lo sanno benissimo, ma almeno così si dividono le colpe (questo quando la coppia funziona) e possono conservare nel profondo del loro cuore la illusione che in verità le colpe maggiori dei loro fallimenti siano dell’altro.

2. Mery

Il topos, credo sia giusto dire, dell’adolescente in crisi triste e solitario che tenta il suicidio. Salvato dall’animale domestico per antonomasia che, altro topos o forse semplicemente trito luogo comune, notoriamente (nel luogo comune), sa mostrare sovente più sensibilità e comprensione degli umani. 

Eppure ci sarebbe un luogo ospitale e accogliente dove condividere e vivere e godere di qualche gusto e sapore…ma non è sempre facile da costruire, anzi spesso difficilissimo e non privo di insidie, tanto che deleghiamo all’arte, più spesso a quella di consumo e intrattenimento, il compito di crearne di fittizi. 

D’altra parte proprio l’intravedere la possibilità del piacere, la consapevolezza della possibilità è ciò che rode e sconvolge: sia chiaro che il malinconico non è triste, non è colui che non ama la vita; al contrario, l’ama fin troppo e la cerca morbosamente e la sua noia, la sua malattia è non riuscire a viverla abbastanza, a cambiarla, a forgiarla come lui sa sarebbe bella davvero per tutti.

Constatare questa impossibilità di completezza, o perlomeno di qualche progressione nella sua direzione, e la errabonda ostinata ricerca, quasi sempre a vuoto, è la malinconia.

3. Mh

È poi un topos anche questo, per quanto più recente, storicamente parlando: il contrasto tra le luci e gli eccessi del Natale consumistico e il disagio che comunque lo attraversa nelle forme dei diseredati che si trascinano lerci e laceri tra le vetrine e i consumatori dalle stesse abbagliati. A differenza forse del luogo comune da trama per fiaba di Natale, qui non c’è il lieto fine. 

La storia sarebbe questa: passeggiavamo, in assetto familiare, per le vie di Roma tra i negozi rutilanti per le festività natalizie dove la gente si accalcava, nonostante il tempo fosse freddo e piovigginoso, alla ricerca di quell’acquisto indovinato che rispondesse alle esigenze dello scambio di doni e delle altre tradizioni del caso.

Sentimmo una puzza tremenda e ci chiedevamo da dove provenisse, quando incrociammo una barbona (sarebbe qui divertente investigare, divertimento cinico dato il tema, su quale sia il giusto termine da usare poiché la barba in effetti non l’aveva, in quanto esemplare femminile di quel disagio che comunemente viene sussunto sotto la categoria dei barboni) che si trascinava per strada: era lei a mandare quel fetore! Che in effetti svanì proseguendo noi in direzioni opposte.

Al ritorno, ci capitò di avvertire di nuovo quell’odore e dopo qualche metro la incrociammo ancora.

Non sto a dire il senso di ridicolo che provai io con le mie sporte lucide piene di cose perlopiù inutili, se non in una prospettiva consumistica, confrontandomi con la disarmata e totale povertà della donna: è quel senso di ridicolo che ci prende in questi casi e che ci serve per alimentare almeno un poco il senso di colpa al quale appendere una sorta di sensibilità turbata della quale ci autocompiaciamo per giustificarci in qualche modo. 

Non pago dell’autocompiacimento spicciolo, immaginai poi la sua vita prima dell’indigenza: chiaro che non cercavo giustificazioni per la donna ma appigli per la mia, benché parziale, autoassoluzione.

Doveva avere avuto un uomo al suo fianco, bello e onesto e lavoratore; ma i casi della vita sono spesso crudeli e l’entusiasmo, né l’amore, possono bastare a colmare i debiti quando si è ecceduto nelle spese rispetto alle proprie finanze e quando le nostre finanze improvvisamente calano o vengono repentinamente  a mancare: ossessionato dalle incombenze cui non sapeva dare risposte lui, autista di grossi camion, un giorno un ponte decise che non era largo abbastanza per contenere la sua rabbia e paura e bastò lasciare allora andare il volante; lei non seppe riprendersi o forse proprio le sembrava inutile, lasciò il suo lavoro, la casa per vivere solo lungo la strada e sotto quel ponte andare ogni notte a dormirci, incredula che quell’acqua proprio non volesse renderle l’amore suo disperso, che doveva farsene un fiume di un giovane uomo bello e innamorato? Di giorno percorre incessantemente la strada fino al ponte e poi torna indietro, a sera scende dalla scarpata e sotto il ponte si ripara per la notte quasi lui potesse lì ancora abbracciarla.

4. La ballata del padre di famiglia

C’è niente subdolo come la famiglia, sempre nido e prigione a un tempo. Consolazione dalle fatiche del vivere ma fatica di massimo grado essa stessa che non si sa mai se il gioco valga la candela.

Sì che si torna stanchi dal lavoro, desiderosi del calore del focolare domestico, ma a volte pare poi quasi che si stiano facendo invece gli straordinari, o un doppio lavoro, un turno infinito… forse i bambini, al momento del risveglio, quando ti cercano con gli occhi appena aperti e ti riconoscono e sorridono, sicuri di essere nel posto giusto, il loro posto: c’è a tratti una felicità nella vita, ma costa lavoro e fatica.

5. A totally naked rock song

Non solo per giustificare la mediocrità del brano, ma la nudità deve essere della musica rock il primo ingrediente. Come uno sgorgare spontaneo e incontenibile: i critici musicali usano ogni tre per due il termine viscerale e sembra loro d’aver detto tutto: ma ci sono poi viscere e viscere… tante sono le variazioni nella musica rock che ha intrapreso mille strade diverse. Mi piace tutto, ma c’è, e deve esserci posto per tutti. L’ultima grande lezione in questo senso venne forse dal punk.

6. I fati

Quando un proposito anche serio poi vira nell’ironia e precipita (o si innalza, non è una questione di gerarchie ma di modalità espressive) nella satira? Di fronte ad un “verso” come novelli salmoni amorosi non si può trattenere il riso, per quanto si fosse intrapresa la ricerca del testo col piglio più serio e drammatico possibile e per quanto il verso, metricamente e per l’orizzonte di senso che evoca, sia in sé pressoché perfetto. Che fare allora? ricusare il verso ridicolo e sperare di dimenticarselo? oppure virare il tono del contesto e dire le stesse cose ridendo? Molto spesso l’ironia, almeno quella più diffusa, è solo dissimulazione: si dice per ridere quello che non si ha coraggio di dire per davvero. E qui che il comico e il demenziale rischiano così spesso di essere solo espressione di viltà, paura della nudità. Ma quando l’equilibrio invece si regge, l’equilibrio intendo tra partecipazione autentica e dissimulazione, l’ironia allora è la chiave di volta che regge le migliori costruzioni. Avercene, di costruzioni, intendo.

Il destino, il fato, sappiamo ormai sono, al di là delle circostanze più o meno favorevoli, la rotaia sulla quale ci è capitato di correre: ma quali sono, se esistono, i margini di possibilità di uscire da quel binario e cambiare strada o risalire una corrente impetuosa che ci trascina a valle impietosa? O forse il margine è solo la possibilità di regolare l’andatura, guardare dentro o dal finestrino del vagone? O sgattaiolare via furtivi alla prima fermata o gettarsi dal treno anche in corsa pur di fare una strada propria e sperare che lui, il fato, non ci veda? Cosa ci è proprio davvero?

Di certo c’è solo il tentare, qualcosa, purchessia: ma sarà poi comunque un destino, un fato anche quello?

Vero è che c’è un fascino tremendo nel deragliare, uscire dalle orbite, evadere dal luogo al quale siamo stati relegati e al quale ci attendono, rompere le abitudini, perdersi… ma poi, fatto una volta, alla seconda non è fato di nuovo?

Credits:

  • (con mille scuse) Giacomo Balla
  • Bruno Fonzi, Tennis
  • Frank  Loesser,  Baby, It’s Cold Outside
  • (con meno scuse) Tutti gli anglofoni

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