Si fa presto a dire riforme, ma chi intanto deve aspettare?
La logica della gradualità prevede l’attesa, il compromesso, spesso la rinuncia sofferta, se non anche il perpetuarsi di ulteriori ingiustizie nell’attesa di una loro futura composizione e purché poi la strada intrapresa sia quella giusta.
Si fa presto, altresì, anche a dire rivoluzione, ma a chi ne rimane travolto, cosa si può poi dire?
La logica del ribaltamento violento e radicale comporta uno sconquasso generale che può armare gli istinti peggiori e dar luogo a derive incontrollabili e non necessariamente orientate ad un reale progresso.
Ma poi la Storia più che altro procede forse da sé e la politica ne consegue piuttosto, laddove si illude di governarla. O anche no?

Dilemmi insanabili che finiscono per agitare le coscienze, anche le meno attente e sensibili, poiché anche se non attente le coscienze ne vengono comunque plasmate, perché poi di sicuro la Storia passa, in un modo o nell’altro, e a fare i conti con essi, i dilemmi, siamo per forza chiamati, anche quando non ce ne accorgiamo.
Lo spazio dell’agire possibile: questioni vecchie quanto l’uomo forse o perlomeno quanto l’uomo politico.
Serafica beatitudine del mondo ferino che non conosce giustizia, ma solo lotta: ma non è in effetti in sostanza diverso, di lotta si tratta, è che noi ne parliamo, parliamo sempre, e abbiamo messo la legge laddove era la forza, infatti diciamo “la legge del più forte” per indicare la ferinità che ci saremmo lasciata alle spalle. Resta che per fare le leggi ci vuole la forza, e la lotta, ma quale? Graduale o persino violenta?
Certo sempre ci si deve guardare le spalle e alle spalle guardarsi.
