18. Dismisure

Da Themis a Narciso

Cosa definisce la differenza tra una eccessivamente ottimistica ipotesi sul futuro e un calcolo ragionato delle probabilità?

Cosa demarca lo scarto tra illusione e ragionevole aspettativa? 

E quando e come l’aspettativa pur ragionevole, negando il suo possibile radicamento anche in una prospettiva utopica, si afferma come pretesa la quale poi finisce per voler imporsi come Diritto, interpretando ogni necessario e ineludibile ostacolo alla sua soddisfazione come un’ingiustizia?

Quando il Diritto smette di essere una ragionevole ricerca di una normatività regolatrice per divenire luogo di richiesta di soddisfazione alternativo a quello della religione?

Parrebbe che dopo il travagliato percorso dalla Themis al Nomos, dopo lo sforzo di compiere il superamento del giudizio divino per approdare alla laboriosa ricostruzione delle responsabilità individuali, ci siamo irretiti, fissati a guardare malinconicamente la bellezza della nostra immagine e la bellezza dell’immagine delle nostre Costituzioni riflesse nello specchio d’acqua ormai divenuto palude.

Troppo facile ricorrere alla pur bella metafora di Antigone contro Creonte, non è questo in gioco. Non è che si debba ricordare (compito comunque sempre utile e mai da trascurare) alla legge degli uomini che essa, in quanto umana, non può mai essere giustizia assoluta e anzi che è spesso fallace, poiché si finisce così per giustificarne le storture e anelare, ancora, a qualche improbabile e stanca trascendenza.

Si tratta di riconoscere che oltre al Nomos, altro non c’è; che Themis non è mai esistita se non come il legittimo e disperato tentativo, umano, di dare un senso alle cose, e al dolore.

Lasciando una buona volta in pace (o forse anche solo ogni tanto) i greci e il loro evanescente orizzonte multiforme di oracoli e belle statuine è che si va consolidando l’idea che la giustizia esista, che esista in natura, e che laddove non si manifesti debba esserci necessariamente un colpevole. Ora i colpevoli abbondano, e questo è fuor di dubbio ed è bene cercarli, ma la richiesta di giustizia sembra tradursi sempre di più in una richiesta di risarcimento, di soddisfazione e appagamento dovuti; non piuttosto in una formidabile lotta contro la natura (e contro gli uomini ingiusti) che di giustizia non ha alcun bisogno, anzi che dalla giustizia è intralciata nel suo percorso cieco. Non che l’anelito alla giustizia non sia un nobile e naturale sentimento umano, ma anche l’anelito alla felicità, all’amore, all’immortalità lo sono, ma questo, l’esistenza degli aneliti, non è prova dell’esistenza dell’oggetto anelato: esistono uomini e donne felici, altre e altri innamorati (sull’immortalità ci stiamo ancora lavorando, e chissà…), ma la loro condizione è sporadica, sempre in bilico, fragile e ben lungi dall’avere caratteri di universalità, se non in quanto aneliti, appunto.

Eppure sembra che spesso lo dimentichiamo.

Credits:

1. Vittorio Lingiardi, Arcipelago N, Einaudi 2021

2. Niccolò Nisivoccia, Pubblico e privato tra norma e domanda di senso, in Il Manifesto di sabato 26 giugno 2021

3. https://www.giustiziainsieme.it/it/news/131-main/filosofia-del-diritto/1457-la-giustizia-dialogica

2 Risposte a “18. Dismisure”

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