
Da bambino abitavo vicino al manicomio della mia città, prima che i manicomi fossero messi fuori legge. Quando ci passavamo vicino l’adulto che mi accompagnava mi stringeva più forte la mano e mi diceva di non badare ai poveri matti. È che alcune delle finestre più basse affacciavano così vicino alla strada che ti pareva proprio di doverli incontrare; e probabilmente anche a loro pareva, e quello di guardare i passanti e chiamarli era forse ormai più nemmeno un tentativo di mettersi in comunicazione con qualcuno ma la loro comunicazione stessa, la loro vita sociale: ti chiedevano di toccare il muro come a sancire l’avvenuta relazione. Stabilivano così il massimo del contatto che potevano con il mondo esterno e il fatto che il passante toccasse il muro sotto le sbarre della loro finestra, attraverso le quali pigiavano i loro volti deformati, era per loro l’equivalente non di una semplice stretta di mano, ma direi quasi di una chiacchierata tra amici.
Credits: Roberto Vecchiarelli, Cronache dal manicomoio, Oltre Edizioni 2017
