Unsound shaky patchwork

unsound shaky patchwork

  1. Intro
  2. No way
  3. Fumbling with the notes
  4. The vanishing summer
  5. Gothic Line sauce
  6. Softly
  7. No more sunsets
  8. A very nice pop song
  9. Oh…!
  10. 10. Late?
  1. Intro

Nel ventre sacro di una vecchia pieve mi era parso di sentire echi di organi antichi mimare i canti pagani di riti antecedenti, mescolando i culti di tanti secoli andati.

Provai così anche io a mescolare maldestramente dei suoni, cose vecchie e nuove, sensibilità diverse: beati i musicisti che hanno l’arte di dar voce alle cose, anche le più remote e recondite!

Il fatto è che la chiesa del mio paese, una piccola pieve, sorge su di una altura che fu luogo di culto di civiltà precristiane e financo preromaniche per poi subire anch’essa la violenta romanizzazione prima e la severa cristianizzazione in seguito.

Ora la pieve è inagibile per via di un terremoto e il sacro aleggia qua e là sfrattato e ondivago, senza più una fissa dimora, cercando proseliti in diaspore inconsapevoli che si muovono rimbalzando tra un supermercato e una pizzeria.

2. No way

Che siano tempi complessi ce lo dicono il filosofo, il politologo come anche l’uomo comune cui chiediamo come va?

D’altra parte chi saprebbe indicare tempi in cui tutti ci si salutava festosi convinti di essere nel migliore dei mondi possibili?

Vero è però, un po’ come quando il musicista non trova la nota giusta da far seguire a quella già suonata o come il romanziere che finisce per scarabocchiare sulla pagina dove vorrebbe invece veder nascere e raccontare mirabolanti avventure, che la sensazione di stare su di una strada senza sbocchi, in una via che non lascia intravedere mete incoraggianti, in un punto morto della Storia, la proviamo un po’ tutti, ognuno con la sua sensibilità più o meno attrezzata. Ci sentiamo come coloro che scoprono di aver creduto a delle bugie; siamo bambini che hanno scoperto la fragilità e le debolezze degli adulti e guardano ora con sospetto anche i genitori.

Non crediamo in nulla, ci mancano gli entusiasmi (quelli del mestiere mi pare usino l’espressione “fine delle ideologie”) e mescoliamo notizie false e vere come non ci fosse differenza: non ci crediamo davvero comunque o al massimo fingiamo, a volte, giusto per nutrire l’impressione di avere un’idea, un’opinione.

Così difficile trovare qualcosa che suoni nuovo davvero e autenticamente originale. O forse stiamo davvero diventando adulti?

3. Fumbling with the notes

Sia il più raffinato compositore come anche il più sempliciotto creatore di canzonette si imbattono sovente nel momento morto e snervante in cui una melodia che hanno già accennato non trova lo sbocco ulteriore, la sua naturale prosecuzione e il suo compimento. Il compositore competente fa ricorso alle tecniche e teorie che ben conosce, ma fatica a trovare la strada che lo soddisfi; il sempliciotto, pur con meno pretese, si ingegna come può ma la sensazione di stallo è comune ad entrambi. Fino a che poi una qualche illuminazione subentra e pare aprirsi un varco dal quale accedere ad una nuova radura. Sennonché lo stallo può durare a lungo, ore o giorni ma anche mesi o anni, per poi rompersi quando quasi si era perduta ogni speranza: vecchie sensibilità e nuove si fondono promettendo ulteriori sviluppi. Qui le strade del compositore autentico e di quello improvvisato divergono: il primo sa quello che fa, il secondo, un po’ per disperazione e un po’ per incoscienza, si butta a corpo morto sulla nuova idea, o presunta tale, e si convince che la strada sia quella giusta, quella percorribile almeno. Ogni processo creativo porta con sé una fase in cui si arranca, si inciampa e si cade fino a muoversi un po’ come l’ubriaco che stenta poi persino a ritrovare la via di casa. Che ci si chiede poi perché?a che vale? Non sarebbe meglio essere un uccello? Non credo si diano in natura uccelli stonati o fermi e meditabondi sul loro ramo a cercare la nota giusta, loro sanno quel che devono dire e cantare, hanno la melodia propria per ogni ora del giorno e per ogni stagione loro e sanno forse anche perché cantano, più o meno. Raminghi invece gli umani musici si portano appresso questa facoltà dello sbaglio, della nota incerta e del dubbio. E si moltiplicano allora le note storte e tremolanti, ma hanno forse anch’esse il loro bello, la loro ragion d’essere: sempre dietro a cercare una melodia si stava andando, ognuno come può.

E forse, chi sa, questo moderno affannarsi attorno alle intelligenze artificiali cui si è insegnato non solo a scrivere a tema, ma a tema anche a comporre, sono più in competizione con l’usignolo o con il compositore avveduto? Da questa sfida forse vincente, o meglio semplicemente immune, esce proprio il musico maldestro che si affeziona anche ai suoi errori: si può insegnare all’usignolo e alla macchina a sbagliare?

4. The vanishing summer

Un caro amico, al tempo, mi sottopose questo testo proponendomi di farne una canzone: il primo dei problemi era che lui è uno scrittore, mentre io non sono un musicista. Amava molto l’estate e il mare e fare lunghe nuotate dalle quali spesso tornava ustionato in più punti dall’incontro urticante – le cui conseguenti striature rosse lui chiamava il bacio di fuoco – con le meduse. Era quasi ossessionato dal finire dell’estate e già dopo i primi temporali di agosto, entrava in uno stato di malinconia autunnale. Non che non sapesse apprezzare anche le meraviglie di ottobre, ma le pativa oltremodo. Aveva però sempre delle visioni consolatorie: le farfalle, i sorrisi e le grida dei bambini, il calore degli affetti all’ombra dei quali ripararsi.

E allora vedeva le farfalle danzare con le foglie cadenti e il vento giocare a rincorrere il sole.

5. Gothic Line sauce

Raccontavano gli anziani scampati alla guerra che si vedeva prima, durante i bombardamenti diurni, l’ombra dell’aereo correre sui campi e dovevi affrettarti a cercare un riparo che se non eri abbastanza veloce e indugiavi allo scoperto, facevi in tempo a vedere anche l’ombra della bomba che preannunciava l’arrivo dell’ordigno.

Passava di qui la Linea Gotica dove amici e nemici si mescolarono prima da vivi e poi, soprattutto, da morti, in una salsa orrenda di ideali, fronti di guerra, capovolgimenti (i liberatori bombardavano gli oppressi per cacciare gli invasori) e repentini cambi di schieramento, bandiere e divise sbrindellate e corpi straziati. 

Chi lì ci viveva perché ci era nato e non perché aspirasse a portar guerra ad alcuno, giusta o meno che fosse, faceva fatica persino a capire chi è che lo stesse bombardando, ma dovette presto imparare comunque a ripararsi. 

Tra due fuochi, come si dice, ci si trovava, nell’ombra dell’aereo e delle sue bombe. Si moltiplicarono in quei mesi improvvisate grotte, perlopiù scavate nel tufo, che fungevano da rifugio per uomini, animali e viveri da nascondere alle razzie dei soldati.

Nessuna invidia per gli antenati nostri che lì si trovarono a cercare di salvare la pelle, a sopravvivere, ma la condizione loro ha un che di universale, di paradigmatico. Soprattutto nei tempi nostri confusi e in procinto di grandi rimescolamenti; ma non è poi solo la Storia: c’è sempre una Linea Gotica che per alcuni è una difesa estrema e per altri il tappo da far saltare, nella quale ai più tocca di vivere cercando di capire con chi convenga allearsi, chi sostenere, e cercando intanto affannosamente un riparo qualsiasi.

6. Softly

Ma c’è del tenero negli esseri umani, eccome!

Non sa mia figlia, ora post adolescente spigolosa e irriverente, quanto io goda a ricordarla da piccola.

O meglio lo sa, come lo sanno tutti i figli spesso tediati da genitori patetici che cercano di risvegliare in loro ricordi nei quali l’accudire alla loro fragilità li faceva sentire per una volta necessari. 

Mio dio, come sono invecchiato!

7. No more sunsets

Si fa presto a cantare le meraviglie degli affetti familiari, la solidità delle relazioni durature, il calore del focolare domestico: ma quante volte quel focolare sembra ustionarci, far fumo e soffocarci! A volte non ne possiamo più di tramonti romantici e crepuscoli consolatori; e sappiamo tutti come in quei focolari domestici covino anche serpenti e i rancori più astiosi: ogni zoppo ama e detesta la sua stampella che lo sorregge sì, ma gli ricorda ogni istante la sua incapacità di reggersi da solo. Vorremmo allora spararci contro al tramonto, spegnerlo proprio il focolare e attendere l’alba altrove, magari all’addiaccio e dare a tutti il benservito e tutto e tutti salutare. 

Sono pensieri che vengono più facili in estate, quando un prato o una spiaggia possono fare agevolmente da letto, d’inverno immaginarsi diversi da quel che si è, si sa, è più dura.

8. A very nice pop song

Ritmo e tempo, tempo e ritmo, croce e delizia di ogni musicista: stampella bifronte e ambivalente, come ho detto qui sopra, di ogni tentativo di melodia, culla, nido e gabbia allo stesso… tempo. Persino subdoli si insinuano in ogni composizione dalla più rudimentale e semplice a quella più sofisticata e complessa. Quasi nasconderli sembra a volte la scommessa, far credere che non ci siano, renderne impercettibile la presenza, almeno all’ascoltatore profano. Così onnipresenti e irrinunciabili che la musica pop, che per sua natura semplifica, li esalta invece e li mette in grande evidenza, finendo spesso per dimenticarsi quasi del resto. Andare a tempo è il primo dei requisiti per ogni suonatore, ogni melodia di fatto emerge come un bassorilievo che scava in quel fluire indomabile, cercando di dare ad esso una scansione voluta. 

Più di tutto nella mia vita avrei voluto inventare una canzone pop, ma non ho i requisiti. E poi mi sono sempre fatto attrarre dal momento in cui il ritmo inciampa, il tempo scivola via e fa crollare la struttura che cercavamo di erigere e il tutto si fa tremolante e viscido come una marmellata rovesciata dal vasetto improvvidamente capovolto. 

Quando parte la batteria il musicista rock si galvanizza e si appresta attento a seguirla, io avverto come il chiudersi di un cancello, il fischio del treno in stazione e bisogna affrettarsi a salire, si parte: non c’è più … tempo, o meglio, ce n’è fin troppo!

9. Oh..!

Conosco poco e male l’inglese, ma quando lo conoscevo meno ancora, mi sentivo forse più libero ancora di usarne alcuni fonemi per tener dietro a certe melodie senza la benché minima preoccupazione per il senso, il significato che la loro unione poteva produrre. Certo è imbarazzante pensare alla risata e al fastidio dell’anglofono che provasse ad ascoltare questa roba… ma tant’è, son le conseguenze della pretesa di aver voluto conquistare il mondo e ridisegnarlo a propria immagine e somiglianza, per poi ritirarsi inorriditi e spocchiosi e pretendere di giocare ancora a fare l’isola felice. Niente sopravvive vergine e intatto nel tempo, nulla può sottrarsi alla legge del rimescolamento che si impone su ogni cosa che vive, fosse anche una lingua o un qualsivoglia linguaggio.

Ma la meraviglia, oh! La meraviglia del mondo, di esserci, in qualche modo, non ha bisogno di parole!

10. Late?

Nonostante la non più giovane età e la cappa affettiva del matrimonio ho ancora innamoramenti quasi profondi, perlopiù immaginifici ma emotivamente ancora molto concreti e intensi, né dichiarati né tantomeno corrisposti, ma ugualmente fervidi e vibranti.

Una cantante-musicista girovaga, una vera hobo girl della musica, almeno nel mio immaginario, mi colpì tanto una sera per come sapeva unire grazia e grinta nelle sue esibizioni e vagheggiai sconvolgenti fughe d’amore. La differenza d’età rendeva patetici i miei sogni, ma allo stesso tempo infondeva ad essi dolcezza e intensità.

Per temperamento ho sempre avuto la sensazione di essere in ritardo, che il mio tempo per certe cose fosse passato, forse so anche perché, ma queste son cose noiose che condivido con il mio analista. Il fatto è che questo sentimento genera ansia e ci fa alternare depressioni cupe in cui tutto sembra finito a momenti di esaltazione in cui torniamo ad inseguire chimere che pensavamo di avere superato per sempre: per esempio io ripresi a giocare a calcio a 40 anni, a frequentare la musica rock a 50. Non ho mai usato quelle espressioni consolatorie secondo le quali l’età anagrafica non conta bensì come ci si sente, son balle che non mi appartengono: anzi, è proprio perché conta che si scatena bellissima la voglia di esserci ancora e di darsi tutto alla vita, dare tutto quello che resta. Avercene!

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