Indietro popoli!

Forse ce la faremo, un giorno, chi sa mai, chi sa dove?

Ci siamo riusciti, quasi, con il concetto di razza, che ancora permane, è vero, ma come un anacronismo, giustificato dalle circostanze in cui venne scritta, anche nella nostra Costituzione o che a volte fuoriesce, ingiustificato, dai discorsi di qualche sprovveduto, ma per il resto la parola infausta l’abbiamo relegata nel campo della zootecnia, dove è giusto che stia, proprio a rimarcare che non c’è razza se non laddove vi è un intervento esterno, umano, che si ingegna per selezionare quelle caratteristiche che più fanno comodo.

Per il resto, l’evoluzione delle specie funziona in altro modo, proprio mescolando e rimescolando quasi ossessivamente ogni cosa, e praticamente alla rinfusa, fino a partorire qualche caratteristica che possa essere di una qualche utilità nella lotta ingrata per rimanere aggrappati a questo mondo un giorno in più.

E forse riusciremo – chi sa mai? Chi sa dove? – nell’impresa anche con il concetto di popolo che ora sfianca, imbruttisce, logora e devasta i tentativi di attuare una politica sovranazionale che riesca, non dico ad impedire guerre, ma almeno a definirle secondo parametri meno ipocriti e ignobili.

La parola bella ci ha accompagnati per millenni e quante volte l’abbiamo pronunciata con orgoglio e commozione, ma ha fatto il suo tempo. Ci è servita, come negarlo, ma chi poteva pensare chi si sarebbe poi rivoltata contro di noi, contro i nobili scopi per i quali l’avevamo brandita come una spada vendicatrice degli oppressi? Cercavamo libertà, giustizia, uguaglianza, per tutti, nessuno escluso! 

Sembrava appunto la parola più inclusiva che si potesse concepire e invece, come tutte le cose umane, portava in seno la serpe velenosa che volle, da subito, declinarla al plurale e così la corsa a definirli questi popoli, che ha contraddistinto nella Storia moderna i due secoli scorsi, ha partorito nazionalismi degeneri e tossici che ancora inquinano non tanto la politica, che sarebbe un problema relativo, ma le coscienze, la cultura.

Certo a Woodrow Wlison, o a chi per lui, dovette sembrare di avere trovato la chiave di volta della Storia quando, mettendo a frutto decenni di elucubrazioni e lotte, coniò la formula dell’autodeterminazione dei popoli, e fu certo un grande passo, considerando il pantano delle trincee dal quale cercavamo di uscire, ma valse il tempo di un sogno, per tornare presto ad immergersi in pantani che nessuno nemmeno sospettava avrebbero potuto essere peggiori ancora dei primi.

Quale prezzo, quali nefandezze, quali crimini pretende la costruzione dell’identità, così del singolo come di intere comunità! E quali contorsioni impone poi, quali rinnegamenti, disconoscimenti e deformazioni della Storia, personale e collettiva, ci porta a costruire!

Che ci vuole poi come minimo un dio per dare ad esse un senso.

E di divinità ne abbiamo così partorite, e lo facciamo ancora, a bizzeffe.

Certo già Wilson dovette ammettere delle deroghe, degli aggiustamenti quanto meno discutibili: non si può avere tutto subito, ma non era il futuro in difetto, era il passato ad avere i piedi d’argilla e lo abbiamo scoperto immediatamente dopo la seconda guerra: e quella magnifica costruzione sovranazionale della quale andavamo, e giustamente ancora andiamo fieri, esordì inventando Stati a propria immagine e somiglianza, sicuri di avere l’evoluzione dalla nostra parte, di essere sulla strada giusta e che poi il mondo ci avrebbe seguito. 

Ma l’evoluzione della specie non si fa in laboratorio, almeno che non si tratti di zootecnia, né a tavolino.

L’evoluzione richiede il conflitto e altri popoli pretendevano di costruire la loro identità, non potevano accettare di darsela evolvendosi per interposta persona.

Ogni individuo, ogni famiglia (ogni orda, tribù e ogni popolo!) deve costruirselo da sé il proprio romanzo familiare, deve uccidere il suo padre-padrone per poi farne un dio e sacrificarsi ad esso.

È poi vero però che il ritorno del rimosso si manifesta di più quando cominciano a cedere le costruzioni fantastiche, i falsi miti (ma si sono mai dati miti non falsi? Del mito è propria la falsità, la narrazione compensativa) che cercano di ostacolare il laborioso e doloroso cammino del principio di realtà.

Forse qui stiamo: in questa epoca che vorremmo credere adulta, ma ancora così attaccata alla propria adolescenza.

E forse, ancora – chi sa? – , il fatto che i giovani delle democrazie moderne guardino ad esse come a gusci vuoti, vuoti appunto della loro adesione ad esse, e rifuggano da quella espressione massima delle democrazie stesse, il voto, come da un giocattolo rotto e ormai inservibile, potrebbe non essere solo un sintomo della nostra decadenza, ma la ricerca di nuove strade: ma che siano nuove davvero, per carità!


Credits:

Sigmund Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica

Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico

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