
Nei limiti segnati
- Di luci
- Pasqua
- Requiem
- Come le mosche stanche di ottobre
- A posto (family song)
- Climate change
Pop songs
Dire che ogni cosa abbia, e debba avere, un limite, soprattutto se si tratta di esseri viventi e di loro produzioni e manifestazioni, è verità sacrosanta; tanto che noi per primi i limiti cerchiamo di darceli, segnarli con perizia.
Tuttavia molto spesso questi limiti, questi segni, sono di difficile individuazione: ci pare di avere chiara una situazione, ma poi puntualmente subentrano altre variabili che sparigliano le carte: una cosa certa ieri pare dubbia oggi e insensata domani.
Ma forse il bello sta proprio qui: l’affannoso, e a tratti persino poetico, umano sforzo di tracciare confini per il conforto di sentirsi al riparo o per il gusto poi di superarli.
È chiaro che vi sono cose che procedono da sé, indifferenti ai nostri sforzi, ma questo non deve portarci al nichilismo e al disfattismo; certo la frustrazione a volte può prendere il sopravvento e sostituirsi subdola all’entusiasmo, ma questo gioco delle parti va giocato fino in fondo, con caparbietà e soprattutto umiltà, altrimenti la tensione tra aspirazioni e realtà può divenire penosa quando non generare conflitti insanabili: guardare dentro questo contrasto è forse il vizio bello dei poeti e beati loro che sanno renderlo nelle nostre povere, ma a volte bellissime, parole.
- Di luci
Incommensurabile la bellezza degli astri, almeno visti da qui: lo spettacolo naturale per eccellenza che da sempre e tutti è capace di commuovere, anche gli animi meno suggestionabili.
Tuttavia le luci, nel senso di quelle agite dagli esseri umani, quando non sono soverchianti e invadenti – come quelle della città per esempio – possono riservare emozioni anche più intense.
Dico le luci di casupole viste da lontano o quelle che orlano i borghi di collina in un paesaggio che si apra da una qualche altura anche modesta; o quelle sperdute sulle cime di qualche montagna che pare impossibile anche solo pensare che fin lassù siano arrivati quei fili portentosi capaci di trasportare la corrente. C’è niente che viva sulle stelle, al di là del loro bagliore. Le luci umane invece sottendono individui che attorno a quel chiarore si ritrovano, discutono, si affannano, si amano, si tengono vicini, si ritrovano e sostengono nelle loro piccole vite peraltro buie e fragili. E possiamo noi accenderle o spegnerle, deliberarne l’intensità e l’utilizzo, laddove alle stelle è indifferente ogni cosa e massimamente il brulicare umano. Comunicano presenza le luci artificiali e possiamo immaginarne la vita, la vita che attorno ad esse si consuma e si celebra: non è dato ancora sapere che su qualche pianeta ci sia un desco attorno al quale si seggano esseri viventi intenti a consumare un pasto conviviale e a scambiarsi impressioni e desideri, magari anche fraintendendosi o ingiuriandosi; o quelle luci più tenui che fanno ritrovare le alcove o quelle debolissime appena accennate che segnano i luoghi dove abbiamo riposto le spoglie di chi, si dice – ci piace pensare -, dalle stelle ormai, più o meno beatamente, ci vegli.
Di luci
Ma cosa hanno le luci la sera
Da sembrare più belle del cielo
Cosa hanno in quei loro bagliori
Che ci guidano ancora
Hanno mani che le hanno accese
Hanno occhi che vedon per loro
Hanno vite che vi restano appese
E tu non guardi più nemmeno le stelle
Se una luce ti si accende vicina
Lontane algide austere
Loro non brillano certo per noi
…
Ma cosa hanno le luci la sera
Da sembrare più belle del cielo
Cosa hanno in quei loro bagliori
Che ci guidano ancora
Hanno mani che le hanno accese
Hanno occhi che vedon per loro
Hanno vite che vi restano appese
2. Pasqua
Si sa che l’amore ha le sue stagioni: relativamente al percorso della vita di ognuno e relativamente alle dinamiche di ogni singolo innamoramento.
Permane anche a lungo in uno stato di latenza, si accende, si infiamma, raggiunge il suo culmine di emotività poi declina e si spegne, o resta obliato come la brace a cospirare sotto le ceneri. Quest’ultima è la fase più triste, pare a volte persa ogni speranza ma non di rado si riesce a riattizzarlo. Sono i tempi in cui si vaga un po’ ebeti alla ricerca di una rinascita, si anela una magari improbabile resurrezione che diviene però la nostra ragione di vita.
A volte il miracolo si compie, magari cambiando di oggetto o solo prospettiva.
La notte può essere a volte dell’amore il trionfo, altre un incubo vero del quale solo l’alba dissipa un poco le angosce. E durante ogni notte insonne bisogna tener salda la fede che la luce arriverà e con essa la pace, il risveglio, la rinascita.
Non sono logiche proprie solamente dei singoli individui, possono riguardare comunità intere, l’umanità tutta: il mito della Pasqua, presente sotto varie forme un po’ in ogni religione, celebra questa rinascita ad un nuovo giorno, in una nuova vita.
Bisogna allora cantare, ognuno come può, possibilmente in coro e sentire e avere vicine le persone che amiamo: chi soffre di insonnia si addormenta un poco solo alle prime luci dell’alba quando allora trova un poco di pace anche il cuore più oppresso dal buio, dalla notte. Non si può entrare nella notte, come anche nell’amore, a cuor leggero: bisogna averci dei riti, o perlomeno delle abitudini, che ci preparino al sonno nel quale non sempre riusciamo ad entrare fiduciosi e con animo sgombro da affanni. La giornata non è bastata, qualcosa o molto è andato storto, le sfide e le incombenze davanti sono tante e innumerevoli le incomprensioni, le insoddisfazioni… tutti fantasmi cattivi che il buio eccita, scatena e ingigantisce: solo l’alba li metterà, per quanto parzialmente e temporaneamente, in fuga: per questo ogni alba è come una resurrezione, come una Pasqua.
Pasqua
Uh..
Non fosse che il tempo trascina
Potremmo ancora guardarci in silenzio
Ma l’amore più spesso declina
E dell’incanto non rimane che il vizio
E tu guardi le stelle passare
Fra le bombe e le rose più oscene
Mentre il vento non accenna a posare
Poche gioie a mitigare le pene
Passerà anche questa notte
E potrai riposare nella rosa dell’alba
Verrà un canto per tutti davvero
E tu ci sarai e ci sarò anch’io
Roridi i fiori dell’alba si guardano attorno
Perfide le spine del tempo ci vengono incontro
Ma il falco ruota più in alto Ma il falco ruota più in alto
Ad invadere il vento ad invadere il vento
Uh..
Passerà anche questa notte
E potrai riposare nella rosa dell’alba
Verrà un tempo per tutti davvero
E potrai riposare e nell’alba cantare
Uh…
3. Requiem
Ma a volte la pace è una disfatta ultima, definitiva.
Un collasso, un cedimento in tronco. L’abbandono di ogni velleità, la fine di ogni anelito. L’unico riscatto possibile è immaginifico. Bisogna cantare anche questo però: trovare le note più meste che celebrino la stagione più temuta. È proprio degli esseri umani, la pace, non darsela mai, non trovarla. È cosa anche buona, che porta all’azione, alla ricerca e alla scoperta…ma nasconde spesso un inganno: l’abbaglio che ci fa intravedere soluzioni a ogni cosa e ci propina illusioni festose che preparano le peggiori sconfitte. Sarebbe da ricercare l’equilibrio tra la spinta sciocca a cercare ostinati e l’ancora più sciocca rinuncia ad ogni speranza e l’abbandono che ne consegue.
Vale per i singoli, ma anche per le comunità in cui sono inseriti, per l’umanità intera. A volte euforici e altre disforici: un’altalena tremenda sulla quale ci tocca di stare e non ci è dato di scendere né, pare, mai di trovare la giusta misura perché il progresso non sia una chimera e la crisi non diventi la negazione di ogni anelito.
Requiem
Sempre seguimmo
Mutevoli venti
E infide stelle
Comete bugiarde
Nessun consiglio ci valse
Patimmo la mancanza di ignoto
L’invadenza del nostro presente
O meglio seguimmo fin troppo
Luci che promettevano mete
Bagliori che ci sembrarono soli
Scintille che credemmo stazioni
Nessun consiglio ci valse
Nessuna certezza
Sempre guardammo
Distogliendo lo sguardo
Sempre cercammo
confortanti orizzonti
Volgendo lo sguardo più avanti
Cercando più nobili approdi
Pestando poi i nostri piedi
Inseguendo incerti tesori
4. Come le mosche stanche di ottobre
Si muovono lente, caduche; la insistenza ronzante e imprendibile che le caratterizzava nei giorni d’estate si è trasformata in un volo incerto, paiono come divenute pesanti, e ci cadono addosso incapaci di difendersi. L’autunno è la stagione in cui tutti cerchiamo un qualche rifugio. Percepiamo che le cose volgono al peggio e non si può affrontare l’inverno senza attrezzarsi. Chi non è stato previdente e ha consumato l’estate come durasse per sempre tende poi in fretta a trovarsi un riparo qualunque, rischiando di vedere una tana laddove c’è una trappola, una gabbia. Non è così per le mosche: esse tendono solo a prolungare l’agonia e renderla più sopportabile, a volte persino piacevole. Non ci sarà per loro una nuova primavera e nessuna redenzione. Umilmente raccattano gli ultimi istanti di vita, esponendosi fragili alle nostre vendette, e provano a fare con quel che c’è, con quel che è rimasto, con chi è rimasto. Non inveiscono, non si illudono: ogni manata che ancora riescono a schivare è già un successo, e va bene così.
Come le mosche stanche di ottobre
Come le mosche stanche di ottobre
come le tasche vuote dell’alba
ronzerai tra le briciole e le macchie d’unto
di qualche fast food
ti cercherai annaspando
altri amori tristi
sorrisi amari e fritti misti
amori amari destini avari
voli incerti e molesti
voli insicuri e perituri
di insetti freddi
voli a planare
Come i viandanti stanchi dentro gli autogrill
e le bambine tristi dopo un brutto film
ti poserai su qualche amore
amori di sere e di bicchieri
di buchi neri
amori senza fiori
come i sognatori persi nel frastuono delle sveglie
e chi non merita di più ma vuole e cerca sempre
e non ci crede e non ci spera
e vuole e vuole e vola e beve…
E le volte che hai sperato
che fosse vero
e le volte che hai creduto
di cambiare di capire di sapere
Come le mosche stanche di ottobre
come le tasche vuote dell’alba
ronzerai.
5. A posto (family song)
Trovare la giusta collocazione delle cose, degli affetti e di noi medesimi nel contesto nel quale ci è dato di vivere, e trovare poi o meglio prima, ammesso che ci sia dato di poterlo scegliere, in toto o solo in parte, il contesto stesso che sentiamo a noi adeguato e consono alle nostre inclinazioni: una scommessa forse sempre da tutti perduta eppure insistentemente reiterata.
Tuttavia accadono, magari anche solo dei momenti, circostanze della vita che ci fanno provare quella sensazione quasi sublime che tutto sia a posto, là dove deve stare e che non ci possa essere collocazione migliore.
Son fortune, o meriti, che valgono istanti di beatitudine.
Non credo di essere particolarmente fortunato e certamente ho pochi meriti e più spesso contemplo lo spazio nel quale mi muovo avvertendo il disagio costante che sarebbe necessario un qualche riordino, una risistemazione; un adeguamento più idoneo al contesto o una più ardua e audace modificazione del contesto stesso: sempre ossessionato dall’idea che le cose migliori, giuste, accadano altrove.
Aggravamento drammatico, ma altresì piuttosto comunemente considerato come la chiave di volta che innesca e sorregge la costruzione di noi stessi in modo solido e stabile, è la creazione di una famiglia altra rispetto a quella di origine. Le cose da collocare si moltiplicano furiosamente, quasi dando la sensazione di riprodursi smodatamente sfuggendo totalmente al nostro controllo.
Vengono notti insonni: pianificazioni ardimentose e crolli devastanti, ripensamenti tardivi e aggiustamenti frettolosi.
Nella specie umana poi l’allevamento della prole ha assunto una dimensione spropositata, occupa una porzione di vita, e della vita della prole stessa, smisurata rispetto a quanto accade, pare, presso le altre specie e certamente rispetto alla misura della vita di ognuno.
Forse l’ansia, o comunque la ossessione, di trovare la giusta collocazione delle cose che è certo tipicamente umana – sempre più diretti e spontanei gli altri animali! – ci ha portato a rendere pressoché infinito il tempo della relazione parentale: dicono che poi stia qui, in sostanza, la Storia: il legame generazionale consapevole e meditato che costruisce famiglie, popoli e culture.
Non sarà un caso poi, accade almeno nell’italiano e non mi avventuro a trovarne testimonianza in altre lingue, che il termine storia alluda quindi sia al contesto sia al racconto di quel contesto e di noi in esso inseriti.
Quale esigenza imprescindibile è per gli umani raccontarsi in qualche modo! E così diamo un senso, una collocazione ai nostri oggetti, ai nostri affetti e a noi stessi, ovviamente, così da parere che le cose siano a posto, o perlomeno una spiegazione del perché siano lì e non altrove. Non bisogna però farsi illusioni: raccontare è fondamentale ma qualche aggiustamento in concreto va pur fatto. Pare che i grandi raccontatori di storie avessero vite, e case, molto disordinate, figuriamoci quelli mediocri!
Ma anche io, quando mia figlia piccola si addormentava e prima che si svegliasse, passavo in rassegna le cose da fare e mi preoccupavo che tutto fosse pronto, a posto, al suo risveglio e quella bella sensazione estatica l’ho pure io provata, a volte: è ora, è ora che la dismisura della tempistica dell’allevamento della prole umana, e della Storia, mi sconvolge e raccontarsela in un modo che riveli una qualche coerenza è sempre più difficile. Spostare le cose, e gli affetti, non riesco: e come si fa a pretendere di spostare la Storia?
D’altra parte anche la Storia se smettessimo di raccontarcela forse cesserebbe di esistere e sarebbe anche una gran liberazione che a guardarne i contorcimenti, le allucinazioni, i trionfi, le astuzie e le ingenuità, le crudeltà incontenibili … c’è da perdere il sonno: ma poi come faremmo a sopportarla?
A posto (family song)
Sei qui in questo tempo
sei qui e resterai
è qui che soffia il vento
è qui che imparerai
E non c’è alibi di senso
né sogni a cui ridare il tempo
aspetta piano il tuo momento
non dare spazio più al rimpianto
è tutto a posto al suo risveglio
poi tornerà anche il tuo silenzio
Sei qui in questo tempo
sei qui e resterai
è qui che soffia il vento
è qui che imparerai
6. Climate change
L’attesa del cambiamento può essere accompagnata dalla noia o da uno stato di trepidazione: dipende da quanto il cambiamento sia percepito come possibile e vicino.
Il cambiamento può essere temuto o auspicato, a volte necessario e ineludibile. Può essere ricercato o fatale, a volte anche entrambe le cose insieme.
Percepiamo un clima anomalo, avvertiamo un divenire che palesa deviazioni rispetto al consueto che ci fanno imboccare direzioni dalle mete solo in parte prevedibili: c’è chi ci si butta con entusiasmo, chi con prudenza o addirittura sospetto.
Tante le sfumature dei diversi atteggiamenti psicologici con cui ci inoltriamo nel futuro prossimo: non raro un attaccamento al passato e al presente che vorrebbe scongiurare ogni novità. Molto dipende certo dalla qualità del presente e dalla forza del passato. Comunque sia: buona fortuna!
Climate change
Portami novità
e belle cose
portami verità
e delle rose
che ne ho vista di neve cadere
sfuggire al vento e posare
sui prati già in attesa del sole
ne ho vista di neve cadere
sui sogni già belli d’aprile
Portami novità
e buone cose
portami verità
e nuove cose.
